lunedì, 08 settembre 2008

Armando e Nerone

 

Bastava  un’imposta da  fermare o uno sfiato d’aria da  implorare al sonno, per aprire una finestra e vederli  camminare: Armando e Nerone, presi in eterni conversari e impennate di pause  teatrali.

In quello scuro che si lascia attraversare da brevi fenditure d’arancione: la brace di una sigaretta, un fiammifero di luce repentina…

 

Cosa avessero da andare e riandare, parlando tutta notte, restò uno dei misteri della Bassa.

Su e giù per i sentieri a pettine dell’argine, fino alla golena.

Su e giù  per  la via grande e per la piazza, per poi finire al cospetto dei Due Mori, quando pure gli ultimi nottambuli chiudevano giornata: le biciclette  incerte, nel pensiero del vino di domani.

 

Allora  le voci dei due  amici picchiavano nel buio, come le campane.

 

A ben sentire, la voce era una sola, tale quale il tocco che diceva l’ora.

Alta e massiccia,  sempre sopra il palco, a cercare la  luce del  lampione  e  il sìsì  di Nerone,  pubblico e applauso.

 

Anche una biscia sarebbe uscita rotta a costeggiare il lungo discorso dell’Armando, che prendeva nell’ansa del suo giro ogni muro, ogni siepe a marca di cortile, ogni biolca di terra del paese. 

Qui c’è bisogno di una strada vera, diceva al  suo  compagno, una strada che si faccia corta e larga, per arrivare svelta. C’è da tagliare  giù per  la campagna, stringere la corte, quella a squadra, e poi andare dritti, oltre il loghino…

Le  braccia si aprivano nel gesto per spiegare meglio il suo  pensiero.

E  le mani disegnavano le mappe,  carte notturne di transiti nuovi, per passi di sogno e di leone.

 

C’è che le idee nascevano al mattino, nel caseificio o nella porcilaia,  ma solo la  notte  si scioglievano in parole,  che l’Armando allargava, tirava per la giacca e  portava  dove voleva lui.

In città, soprattutto.

Perché  quella era la meta della strada: la città coricata di  pianura, morbida  e  lenta. Coi  negozi di pantaloni bianchi e panama con la  tesa larga, i tavolini messi sulla piazza, col vermouth fermo nei  bicchieri: discorsi e quiete chiacchierate sotto i portici con la  pietra vecchia, fra i mediatori di tutta la  provincia.

 

Ma ogni  città   sarebbe andata  bene, coi  suoi odori di macchina  e petrolio… 

La città era fedele morgana di ogni giorno, il senso del pane e del lavoro.

Di notte sembrava più vicina: come un amore, da cercare e vivere dal nome.

 

Le donne coi nomi di città son sempre le più belle, e le censiva, con l’aiuto di Nerone, sotto il fico fiorone dell’Ernesto: la Roma, l’Ancona, la Ginevra, la Parisina...

 

Forse pensando alla sua Zara, chiara come una piazza sotto il sole, l’Armando salutava il suo compagno con un  A n’in parlarem, che galleggiava in aria, promessa di altro tempo, parlato e vagabondo: inarcatura lasciata alle parole.

Un po’ come la  frutta raccolta verso sera, acconto e speranza della conserva buona.

Quella di un giorno che ha proprio da venire, fedele a questo pegno.

 

 

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 00:03 | link | commenti (9) |Torna su
Categoria - margini
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------

lunedì, 01 settembre 2008

La  chiesa

 

La chiesa venne su rossa fiammante, coi mattoni cotti  al fuoco, sotto il sole.

Dava le spalle alla fornace e ne pareva la continuazione: una vampa che si era fatta soda, una lingua di pietra tenuta dalla siepe. Con i trafori, ché i vuoti fanno luce.

 

Avevano tanto lavorato, i braccianti e anche i possidenti.

A fare malta e pietre, giù d'orario.

A tirar su i muri e a mettere di piatto il pavimento.

(I  disegni del mastro sotto il naso e i vecchi sotto l’ombra, a contare i giri di carriola.)

Nei giorni della stanca, quando la terra diventa tutta secca.

La canapa già a pìroli e mannelli.

Il granturco fermo a maturare.

E tempo avanti, ancora, per arare.

 

Tutto per portare dio anche lì: in un pezzo di terra di nessuno, in litigio pure col suo nome, un nome di maledizione. In mezzo ai fossi e alle piantate, alle biolche di medica e di grano.

E' che si era stanchi di una chiesa a prestito, per sposare, nascere e morire.

Meglio sotto gli occhi del santo di borgata: la croce di ciliegio dell’Ulisse e le dalie dell’orto sull’altare, alto come il calvario o come il sacrificio. Con la sua bella tovaglia ricamata.

 

Si sperava fosse un matrimonio ad aprire le porte della chiesa.

O un battesimo, con l’acqua nella conca nuova.

Invece.

Morì il vecchio Berto, che si fece controvoglia la navata intiera, nel saluto di un prete grande e grosso, dal passo contadino e l’orapronobis mangiato troppo in fretta.

 

La cosa sembrò di segno strano: un inizio partito dalla fine e con quel vento che veniva dal cortile, alitate di fornace a pizzicare  il naso, ad aggricciare gli occhi.

 

Sul piazzale il lavoro continuava. Non bastava morire per fermarlo.

Così il caldo soffiato nella volta, fra i mattoni crudi ad asciugare, usciva dal camino, sbatteva contro il cielo basso e poi tornava giù, a fare da condanna, a diventare  fumo fra la gente, nella chiesa.

 

Il fazzoletto stretto sulla faccia, la Palmira se ne stava immagonata, con l’anima che voleva uscire dalla bocca, insieme  coi singhiozzi tamponati.

No no,  si sarebbe pensata no che fosse proprio Berto suomarito  a passare per primo fra quei banchi, lui che, la messa, neanche la sapeva e metteva lo straccio rosso attorno al collo, il giorno del comizio.

Ma che male farà, una benedizione, si consolava per questo tradimento.

Levò gli occhi verso il parroco per trovare  conforto: due dita in aria, don Enzo andava a benedire, eppure  aveva una smorfia sulle labbra.

Non era una smorfia: era una risata.

Rideva, il prete. Lo sguardo un po’ smarrito.

E rideva l’Ulisse.  Rideva la Celesta.  Rideva anche l’Argia: tutta la borgata rideva sottovoce, in chiesa, durante  il funerale.

 

La  Palmira si liberò la bocca e tirò su, forte, con il naso.

Allora capì, perché tornò bambina, quando sua mamma le faceva il grattino sotto i piedi, il  solletico sulla carne viva, e il riso le saliva per la gola  ed era  come i grilli, una colonia di grilli che nessuno sapeva più fermare.

Rise anche lei, che altro mai poteva. Come se a ridere fosse la sua pelle.

 

Quel riso a pioggia e a serpentina: scherzi  del canuin, degli scarti  di canapa  bruciati  alla  fornace  e  soffiati contro  il  cielo  dal camino.

Scosse la testa più leggera, la  Palmira, e pensò che questo fosse un bene, la bonaria vendetta del suo uomo.

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 00:03 | link | commenti (36) |Torna su
Categoria - margini
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------

domenica, 17 agosto 2008

Torture & tesori

 

Eppure c’erano giornate lunghe, senza capo né coda, col tempo che non lasciava un segno, solo quello struggimento che viene verso sera, quando pare di non aver niente da trattenere, neanche per dire “domani invece…” 

 

C’è che il tempo ha bisogno di sussulti per essere ricordato, sassi a tradimento per il salto dal prima al poi: basta il poco di una cavalletta appollaiata sull’armadio, insensibile alla scopa, o la ricerca del grillo che ipnotizza, chissà in quale angolo della casa, chissà…

I giorni lisci, invece, non hanno nulla, neppure un crespo che faccia inciampare: sono insaponati e opachi.

 

I giorni lisci facevano paura, anche allora…li avvertivi nell’aria, quando la telefonata di chi era lontano non arrivava, quando il budino sanmartino (gusto vaniglia) appariva per quel che era e non bastavano i quadretti bianchi e rossi della tovaglia a fare famiglia.

 

Allora la Rosa miamamma tirava fuori i tesori.

C’era un cassetto largo.

Gerarchie di scatoline di latta, impilate.

Molti bagliori di vecchie catenine e anelli orfani di pietra e orecchini scompagnati.

 

Nel cassetto dormiva il rito della prova.

Al centro del letto, insieme.

Bisognava crederci.

E indossare, paziente nel gioco del passamano e degli stupori, geografia della provenienza, storia delle storie… 

 

“Mettilo, il pendente con la perla piatta, col vellutino nero, che è della nonna d’Este. Dai mettilo, che ‘ciài’ la faccia di una volta, te,… ti sta bene sai …E varda le clipes con gli zirconi, che quando sarai grande, te le metti su una cintura..” 

 

Lo odiavo, io, il pendente e anche le clipes, ma aveva un modo la Rosa miamamma che a dirle ‘no’ pareva di romperle i sogni.

Poggiavo il collarino sulla pelle chiara, e pure il giro di ingranate, e passavo e ripassavo gli anelli per le dita e dicevo …sì…sì…bello bello

E la Rosa miamamma aveva guizzi negli occhi a guardare e carezzare le sue cose, quasi a pregustare quella che sarebbe arrivata ultima, per il gioco dei desideri.

Una specie di guscio bianco: dentro, due grosse pietre senza colore, due pietre di luce, senza montatura…

“Valgono tanto queste”

Come una casa?”- diceva il bambino.

“Anche come due case”- la Rosa mia mamma si allungava un poco di più sul letto.

Ma chi è che lo dice?”- tentavo io, perché la parte della cattiva qualcuno la deve pur fare.

“Si sentono queste cose, si sentono. E poi son vecchie e una volta mica facevano le pietre finte…”

Allora siamo ricchi”- insisteva il bambino.

Ah sì sì…se le vendiamo, siam ricchi… Mettiamo su il termosifone, però è bello l’odore della legna, non ce n’è un altro. Magari compriamo la cucina svedese, ma son così fredde le cucine svedesi. Meglio un tappeto…, e se poi la zia Leda ci inciampa?”

 

In pochi minuti sfilavano davanti agli occhi tutte le magie del possibile, come lampi di cose raggiungibili e poi rifiutate, senza fatica.

 

Si usciva appagati dal gioco dei desideri, dopo essere entrati in negozi con grandi specchi, in case calde senza stufe, piene di tappeti azzurri.

 

Si riponeva il guscio con le pietre di luce, per una felicità da spendere un’altra volta, da ritardare, come una pesca un poco dura, che sarà dolce domani, matura di attesa.

 

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 15:43 | link | commenti (43) |Torna su
Categoria - pareti
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------

martedì, 29 luglio 2008

Date

 

Ci sono date che chiamano le storie.

Stasera a fare fitto è una storia che sa di casa mia.

 

C’è da prendere un paese a ferro di cavallo.

La chiesa sulla curva: tutte le ore giù dal campanile, incerte se battere ai vetri del Comune, un po’ fascio littorio, o a quelli ribaldini della trattoria.

Di fronte, c’è un ufficio postale con l’odore dei timbri e il tic tic dei telegrammi.

La guerra, no.  La guerra è più lontano: arriva con le lettere al mattino e coi racconti di chi è già tornato.

 

Ci sono due ragazzi che hanno preso a volersi bene.

Lui ha la Russia ancora nella tosse, lei ha la musica anche nella voce.

Lui va di corsa perché ha da cambiare il mondo, lei, il mondo, lo vorrebbe solo trattenere ( ma il grammofono, i quadri, le sedie con il piede snello già conoscono la porta della casa, che si sfiata e si svuota, neanche tanto piano).

 

Lui, dalla trattoria, la vede quando esce dall’ufficio: ne sa i tempi, ormai, e la giacchetta di velluto rosso.

Ogni giorno l’aspetta e l’accompagna a casa.

Prendono il giro lungo, quello sempre uguale, così le parole hanno il loro solco e sono belle chiare: si sgranano rotonde e fanno compagnia.

 

Le parole diventano risata ed anche bisbiglìo: sono racconto di tutta la giornata, promessa e complimento soffiato nell’orecchio.

Le sente il sarto che smette di cucire, le sente la cieca che abita di  sopra e l’Esperia che stira le camicie, perché il paese è tutto dentro quel ferro di cavallo.

 

Le parole diventano dolcezza e un po’ malinconia, là dove la strada piega verso casa e si stringe in un fosso maldestro: un dito d’acqua fredda a separare i mondi e a chiudere i saluti.

Sono belli  i ragazzi che non sanno dirsi ciao; fanno tenerezza con quei piedi bagnati nelle sere che tirano novembre.

Poveri, si dicono i vicini. E per  prolungare quel saluto, per non perdere le voci dentro il buio, un giorno fanno trovare un’assicella proprio sopra la scolina, una trappola che inganni  il tempo e il gelo…

 

C’è ancora l’assicella: zattera e nastro fra mondi galleggianti.

A fare tiepide le date, forse la vita.


Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 01:08 | link | commenti (55) |Torna su
Categoria - passaggi, pareti
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------

sabato, 19 luglio 2008

pita pitela e i Feaci


pita pitela, di Elia Malagò, uscì per la prima volta nel 1982, copertina nera e fregio verde a fare da cornice. Per i tipi di Forum/Quinta Generazione, nella Collana Poesia 80, diretta da Giampaolo Piccari.

Ora i Feaci ne accolgono un nuovo approdo, in forma del tutto rispettosa del testo originale, accompagnato da una nota di lettura di Gino Baratta.

 

Si vorrebbe avere una voce potente, quella dei fuochi che bruciano e schioccano d’estate sulle spiagge di Po, per salutare questo attracco, capace com’è di incrinare, per un attimo, la coltivata vocazione alla riservatezza dell’autrice, e di ospitare, nei possibili transiti della sua poesia, il regalo di un indugio (o di una tangenza).

Non di fermarlo.

Perché questo compete al testo poetico: l’inarrestabilità dei passaggi, la persistenza della mobilità.

 

Non si torna alla poesia, quasi fosse un grumo immobile, inchiodato.

È la poesia a raggiungerci e a toccarci nel suo percorso circolare lungo i tempi e i luoghi, con il valore aggiunto di tutte le sue traversate, di tutti i suoi viaggi.

La poesia non sta ferma ad aspettare.

Arriva col suo corpo tatuato di parole (perché soprattutto il tempo sa diventare corpo), parole che altre hanno chiamato, strato su strato.

La poesia le tiene sulla pelle, assieme ai fatti e agli sterpi, alle spine e ai cicloni assorbiti nel percorso, a fare rotolo e spessore: lumaca di acqua / casa sulle spalle…

Con questo carico, parla alla nostra capacità di leggere e sentire: senza scadenze e senza date, ricca della sua attualità atemporale.

 

La poesia che giunge sul filo di pita pitela, conta o filastrocca a guidare passi vagabondi con l’aiuto di uno zufolo di salice e rubilia, non traversa “l’alte/nebulose”, così care a Montale.

Arriva sottovento, da spazi, movimenti e modi che sono solo suoi.

Da occidente, forse, o dal ventre, o dal buco pesto, o dalla sacca buia, o dai sotterranei/ sotto le trappole del bosco o da sotto il cuore,  dove si scavano le crepe, dal budello di rive, da melme e paludi, da letti d’acqua verdi a/ macerare, dove è facile affondare e sentire la paura di perdere la voce, di  non averne il coraggio.

 

Arriva col moto lento di un andare che batte entrambe le direzioni, lo stesso andare della vita, incerta fra il trattenere e l’allontanare, fra l’amare e il cancellare, il partire e il restare, l’uscire e il tornare dentro. E allora non sceglie né cerca armonie, ma solo compresenze di opposti, che sono mescolanza e reciproca contaminazione.

Chiede (vuole, tocca) terra, la poesia, come il nascere. E acqua. Terracqua.

(Re)sta nell’orizzontale e a questa linea mossa e schiacciata tutto riporta e lega: anche per nascere si scivola e si scende.

Su questa linea ci sono le stazioni e le storie, le tracce e le trappole.

Su questa linea si addomesticano i miti e si abbassano: si sporcano ulisse canaglia (uomo di riporto e delatore infedele) e il padreterno, argo e la storia dei grandi, i riti e l’avventura.

E più si abbassa l’alto, meno spazio resta per un qualsiasi gioco d’illusione o di speranza; anche la distanza non ha proiezioni verticali: si spalma fra uomini e cose, si distende e diventa solitudine, mia luna feroce che arrivi/vagabonda, fatica di portare il peso del cielo.

 

La poesia accade dunque sulla soglia del dolore, dove incontra il dio dei gemiti e “sdipana” lacrime dai lombi. Ed è prova e misura di voce, asciugata e indocile fra lamine di pause.

 

Passi le mani sul dolore e dici: in questo gesto, che sa di corpo, di sangue ma anche di carezza, e in questo dire, che ne fuori-esce a gorgo o a tornante, penso abiti un frammento della “riserva di senso” di pita pitela: una “riserva di senso”, che Elia Malagò, nel corso di una conferenza, ha attribuito ai classici e che piace, ora, maternamente ricondurre alla sua poesia.

 

appoggio qui un frammento ( Di antiche paludi)

 

Prologo 

 

1. 

 

Il gelo abbrevia anche le giornate

e conta poco essere qui o nei salti

bruschi del tempo

 

possibile inventare ricordi

                   infanzia sommersa

     germogli tra cataste

di neve dura sotto ombre sottili

 

Il cortile fatto corteccia di ghiaccio

per sentieri di fiaba quasi un bosco

incantato in giochi soltanto suggeriti

 

sedimentate conchiglie (questa mia memoria

di fuochi spenti le pareti di una fantasia mai

avuta

presto orecchio a modulate sirene

    il mare

              quanto è lontano

il colore del mare onde di delfini sul filo d'orizzonte)

 

nettamente distinguo la mia voce:

- ma se mi prendi sono morta

la mia ombra

l'ombra mama mi insegue

segue me sotto la neve

mama portami via o mi prende per

                                      sempre -

      e ancora temo la mia ombra

come mai il terrore adesso

in questi ricordi d'accatto anche i colori

sono dure lame

 

inverno

lastra spessa traspare solo a tratti

la ghiaia del selciato

lontana per l'infinita distanza

che mi separa dalla mia ombra

  senza rimedio

 

E' la testa a scoppiare nei segreti

in vetrina

nulla più da coprire una

donna

senza infanzie d'amore


 

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 09:13 | link | commenti (18) |Torna su
Categoria - accompagnamenti
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------

venerdì, 27 giugno 2008

Facciamo finta

 

Facciamo finta che io sappia aggiungere una tag.

(In realtà non ho il coraggio di disturbare un’amica e chiedere come si fa)

Facciamo finta che questa tag indicizzi degli “Effetti di lettura” e si ponga come il risultato di uno scorrimento  fra un libro e un suo lettore.

Facciamo finta che questo scorrimento approdi in forma di parole.

 

Il primo libro è Iancura (GBM, Messina 2003). Il suo autore è Paolo Casuscelli.

 

Per Iancura

 

Ci sono parole che arrivano senza preavviso.

Non pensate, neppure cercate.

Non era dato conoscerne l’esistenza.

Eppure, messe in circolo, sanno decidersi e decidere. Chiamano con la seduzione benevola della sorpresa, con il richiamo incantatore del lontano.

Si legge.

 

E non è “riprendersi l’ombra” che pareva essersi appartata. Non è specchiarsi in un doppio.

E’ sentire il sollievo di  nodi/distanze appianate, come le pieghe di certi lenzuoli conservati a lungo, cui basta l’aria per perdere un segno di ferro indurito.

E’ sapere di essere a casa, fra tele di grana grossa e pesce, fresco di mare, nel forno.

Nella casa del padre.

“Luogo originario” delle parole di “prima”, orma, non nido, direzione non sosta.

“Luogo originario”, dove non si osano voli a rimarcare un sapere, ma si sceglie l’alfabeto (del dire e del dirsi) più semplice ed universale.

E’ la casa delle carezze di nardo e di olmo, dei gesti che non si spiegano se non coi gesti.

Nella casa del padre  non sono ammessi stupori o clamori che sommuovono la quiete di certi conversari lenti: solo nel parlar pigro si trasmettono i modi che fanno bene alla vita.

Nella casa del padre stanno i calchi, gli stampi, la prima volta delle cose.

Si torna alla casa del padre come si torna al mare, come si torna all’isola: per ripassare, in libertà sciolta, la prima volta della vita. Radice o archetipo non importa: è certo che si vive da essa derivando, in essa rientrando.

 

Per questo Iancura è casa del padre e della prima volta, non rivelata come sa fare un dio, ma esperita.

E’ il luogo dove  si torna a cercare la propria nudità, che è infanzia, natura, corpo.

Non locus amoenus, ma locus imus.

Terracqua, quanto una foce e una sorgente.

 

Si legge.

 

E si assapora la leggerezza, lieve come sa esserlo il riposo dopo la fatica, quando le membra giacciono al fondo e il respiro riprende la sua regolarità.

Leggerezza del guanto che si rivolta e fa fiorire sulla superficie una peluria morbida e gentile, mentre lascia sull’altro verso, sull’altro lato, le ammaccature e i segni impressi dall’esercizio dell’esserci.

Leggerezza come decantazione, che nasce dallo sgravarsi progressivo dei pesi: percorso di libertà e di liberazione rispetto all’inessenziale.

Leggerezza come sguardo che perde la marca del giudizio e del pregiudizio e si fa delicatezza del cum-prehendere, senza rinunciare alla profondità.

Di questa salita alla superficie godono fudditti e alunni, maiali e cernie, asini ed intime epifanie, alla stessa maniera: con la gioia dell’aquilone.

 

Per questo Iancura è operazione alla Chagall.

E’ scorrere lieve sul biancore del mare che baratta la sua profondità per trasformarsi in superficie su sui scivolano sospensioni e attese.

E’ togliere confine fra mare e terra, fra dentro e fuori…

E’ salire (ma non con la presunzione della superiorità, bensì con la perdita di scudi, difese e zavorre) e ampliare la prospettiva fino a renderla capace di accogliere, nello stesso sguardo, la bufera e il porto.

Iancura, allora, come conquista della postazione dell’aquila-io che “si libra in alto su se stesso”, felice di vivere come un’isola, dimora di se stesso.

 

Si legge.

 

Felici di chi ha imparato a vivere sopra un’isola e “fa di sé, felice, quell’isola che vive”.

Felici di chi sa trovare l’anima delle cose e lo spessore della trasparenza.

E felici, ancora, di chi ha celebrato il suo particolarissimo incontro con la scrittura.

 

La scrittura può essere tante cose.

Desiderio, aspirazione volta a colmare una privazione o un vuoto di realtà:  ponte verso un completamento o una rimagliatura fatta di parole.

Necessità, imperativo ineludibile “ in tutti i mondi possibili”,  inevitabile risposta a ciò che “ditta” dentro: urgenza non contrattabile.

In Iancura la scrittura sembra levigare questa opposizione e scioglierla nel  piacere della necessità, nel desiderio amorevole verso ciò che è indispensabile alla vita, ciò che la profuma e le dà colore.

Verso la parola, pertanto.

Ciò che passa per la parola, in Iancura, nasce dalla vita e, circolarmente, torna alla vita, portandosi dietro lo “struscio” con la realtà e, come ostaggio, i nomi delle cose: quelli colti e desueti, quelli popolani e terragni, quelli che fanno sorridere, quelli che galleggiano sul dolore senza mai affondare.

E’ parola che si getta agli estremi, che si attarda in registri diversi e di tale varietà si compiace, sicura, perché, in questo imparentarsi con la realtà, si compie nel suo destino.

Si fa parola di lingua materna, cui spetta il compito non di giudicare, bensì di accogliere nel suo grembo  il brusio dell’esistenza, non confuso e indifferenziato, ma polifonia di voci e di cose.

 

Parola femmina, come iancura, latte di mare. 

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 21:35 | link | commenti (43) |Torna su
Categoria - effetti di lettura
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------

venerdì, 13 giugno 2008

Cronache dal terrazzo

 

C’è tanta pioggia intorno, stamattina.

Ferma sulla terra.

Seduta sull’acqua che l’aspetta.

Le foglie grondano, snervate.

(Ne senti la frusta umida, a prolunga, sulla pelle che ancora sa di casa)

 

Come un odor di malattia, a spostare frasche d’aucuba già annerita e ortensie molli.

 

Il merlo è immobile sul ramo dell’ippocastano consenziente. Muto.

 (Ben si vede, stagliato contro il muro, che accoglie le cose e le fa ombre)

Gira il capo a scatti un po’ nervosi. Cerca il piccolino, fuori dal nido, ché sono giorni di cauta iniziazione.

(Ah c’è stato un gran gioco di richiami, fra le pause del cielo, proprio ieri)

 

Il merlo nel becco tiene un verme.

Ne avverti l’interna indecisione.

Fischiare non si può: il rischio è perdere il bottino.

C’è dunque da chiamare senza voce, con segni e gesti forse da inventare.  

 

D’un tratto ci si sente merli dal fischio imploso.

Sospesi sul ramo di eterne privazioni.

La vita nel becco, con la sua paglia di tempo e il suo filo di miele.

Si vive di esiguità.

E la voce per dirlo trova un nodo.

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 10:35 | link | commenti (54) |Torna su
Categoria - passaggi
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------

giovedì, 05 giugno 2008

Sguardi

 

Al crepuscolo, un cielo pascoliano.

Nero di pece, a monte. Corpi di nembi grevi, turbati e in movimento.

Stracci di nubi chiare. Una spera di luce o di lucciola, impigliata nei bordi.

Poi, al centro, un vuoto stupito e rarefatto:  carta sottile, disposta a squarciarsi  perché l’altrove si scavi un pertugio e possa passare…

Per un attimo la falce di un cuculo e la tentazione di contare gli anni a venire, sulla cadenza del suo verso rimbalzino.

 

Allora si va.

Per certe intese mute che dialogano nel tempo.

 

C’è un posto che ha scelto l’orizzonte, qui.

Soltanto linee piane e case liquide di muri. Allungate e pigre, filano  un pensiero piatto e abbassano i soffitti.

Ai bordi della strada dritta, il grano. Solo il grano. Gloriosamente.

Verde cavalletta, ora, e piumoso, quasi schiumoso, di reste.

Compatto e mobile. Fitto e leggero.

Non resiste al vento che lo segna e disegna, a onde e a cerchi, a riverberi chiari e a infittimenti scuri.

 

E’ il nostro mare, il grano.

 

(Se ne sentono gli schizzi in forma di fruscio, a passare per questa via che divide in due, come una scriminatura posticcia, mentre il cielo continua a lavorare, a spostare corpi e colori)

 

Si percorre il mare per snidare il fiume.

Ma il fiume non è più fiume, ora.

L’acqua è terra grigia, sciolta e pastosa.